A Simpler Way: Crisis as Opportunity (2016) – Free Full Documentary

A Simpler Way: Crisis as Opportunity (2016) – Free Full Documentary

 

By: Happen Films
Via YouTube | June 3, 2016

Video recommended by Mick Lorusso from the US/Italy, collaborator of Arttextum’s Replicación

 A Simpler Way: Crisis as Opportunity is a free feature-length documentary that follows a community in Australia who came together to explore and demonstrate a simpler way to live in response to global crises.
arttextum-replicacion-crisis-as-opportunity.png
Throughout the year the group build tiny houses, plant veggie gardens, practice simple living, and discover the challenges of living in community. This film is the product of hours and hours of footage that I shot during that year-long experiment in simple living. The documentary includes interviews with David Holmgren, Helena Norberg-Hodge, Nicole Foss, Ted Trainer, Graham Turner, and more.

We believe in your work, that's why we share it with original links; if you disagree, please contact us.


Related Arttextum Artists:

Jean-François Boclé, artista Arttextum
Jean-François Boclé
Regina José Galindo, artista Arttextum
Regina José Galindo
Mick Lorusso, artista Arttextum
Mick Lorusso

 

Antonio Vega “Lucha de gigantes”

Vídeo: Sol Música
Vía YouTube | Noviembre 30, 2012

Video recomendado por Andrea López Tyrer, colaboradora de Chile/España, para Replicación de Arttextum

Lucha de gigantes
Convierte,
El aire en gas natural
Un duelo salvaje
Advierte,
Lo cerca que ando de entrar
En un mundo descomunal
Siento mi fragilidad.Vaya pesadilla
Corriendo,
Con una bestia detras
Dime que es mentira todo,
Un sueño tonto y no más
Me da miedo la inmesidad
Donde nadie oye mi voz.Deja de engañar
No quieras ocultar
Que has pasado sin tropezar
Monstruo de papel
No sé contra quien voy
O es que acaso hay alguien mas aquí?Creo en los fantasmas terribles
De algun extraño lugar
Y en mis tonterías
Para hacer tu risa estallar
Deja de engañar
No quieras ocultar
Que has pasado sin tropezar
Monstruo de papel
No se contra quien voy
O es que acaso hay alguien más aquí?
Deja que pasemos sin miedo.

Creemos en tu trabajo y opinión, por eso lo difundimos con créditos; si no estás de acuerdo, por favor contáctanos.


Artistas de Arttextum relacionados:

Regina José Galindo, artista Arttextum
Regina José Galindo
Juan Carlos León, artista Arttextum
Juan Carlos León
Edith López Ovalle, artista Arttextum
Edith López Ovalle

 

LANTERNA, Faro di Genova dal 1128

LANTERNA, Faro di Genova dal 1128

Autore: Associazione AMICI DELLA LANTERNA
Via lanternadigenova.it

Articolo raccomandato da Javier Armas Cortez, collaboratore di Messico per Replicación di Arttextum

 

La Lanterna di Genova
Simbolo della città di Genova, sita sul promontorio di Capo di Faro la Lanterna, con i suoi 77 metri di altezza, è il faro più alto del Mediterraneo, secondo in Europa. L’attuale costruzione risale al 1543, ma fin dal XII secolo esisteva una torre di struttura simile, nata come torre di guardia per annunciare l’arrivo di imbarcazioni sospette e divenuta nel tempo anche faro, sulla cui sommità si bruciavano fascine per segnalare ai naviganti l’accesso al porto. Nel 1326 vi si installò la prima lanterna ad olio di oliva, la cui luce era concentrata in un fascio grazie a cristalli trasparenti prodotti da maestri vetrai liguri e veneziani. La rappresentazione probabilmente più antica di questa prima Lanterna risale al 1371 e compare sulla copertina di un registro dell’autorità marittima del tempo. Nel Quattrocento la torre fu adibita a prigione e custodì, tra gli altri, il re di Cipro. Agli inizi del Cinquecento fu edificata la fortezza della Briglia, voluta da Luigi XII per le truppe che presidiavano la città: i genovesi, insorti contro i francesi, la bombardarono, danneggiando anche la Lanterna, ridotta a “mezza torre”. Nel 1543 essa venne ricostruita e le antiche merlature furono sostituite. Da allora la Lanterna superò senza gravi conseguenze il bombardamento navale del Re Sole alla fine del Seicento, i combattimenti del 1746 dopo la rivolta di Portoria, i bombardamenti della seconda guerra mondiale, nonché innumerevoli momenti di intemperie naturali (fino a quando, nel 1778, non fu dotata di impianto parafulmine). In tempi più recenti la potenza del faro aumentò notevolmente, sia per l’introduzione di più moderni sistemi ottici (data 1840 il sistema rotante con lenti di Fresnel), sia per l’introduzione di nuovi combustibili: il gas di acetilene (1898), poi il petrolio pressurizzato (1905), fino all’elettrificazione del 1936.

La Storia della torre dal 1128 ad oggi
Secondo alcune fonti non ufficiali, nel 1128 venne edificata la prima torre, alta poco meno dell’esistente, con una struttura architettonica simile all’attuale, ma con tre tronchi merlati sovrapposti. Alla sua sommità venivano accesi, allo scopo di segnalare le navi in avvicinamento, fasci di steli secchi di erica (“brugo”) o di ginestra (“brusca”). I documenti del secolo XI, le prime cronache e gli atti ufficiali del nascente comune genovese forniscono dati sicuri sulla torre di segnalazione, ma non la sua data esatta di costruzione. Nel 1318, durante la guerra tra Guelfi e Ghibellini la torre subì rilevanti danni alle fondamenta ad opera della fazione ghibellina; nel 1321 vennero effettuati lavori di consolidamento e venne scavato un fossato allo scopo di renderla meglio difendibile. La prima lanterna venne installata nel 1326; la lucerna era alimentata ad olio di oliva ed in merito l’annalista Giorgio Stella scriveva: “In quest’anno fu fatta una grande lanterna sulla torre di Capo Faro affinché con le lampade in essa accese, nelle notti oscure, i naviganti conoscessero l’adito alla nostra città”. Al meglio identificare la lanterna con la città, nel 1340 venne dipinto alla sommità della torre inferiore lo stemma del comune di Genova opera del pittore Evangelista di Milano.La più antica rappresentazione iconografica della prima torre della lanterna è del 1371 ed appare in un disegno a penna sopra una copertina pergamenacea di un manuale dei “Salvatori del Porto”, dove venivano fra l’altro registrate tutte le spese per la illuminazione, per i cristalli della lanterna, per le lampade, per l’olio, e le nomine dei guardiani.Nell’assedio alla Briglia – forte fatto costruire dal re Luigi XII durante la dominazione francese su Genova, ubicato sullo stesso colle dove sorgeva la torre del faro – la torre venne centrata dai colpi di bombarda sparati dagli insorti genovesi e parzialmente demolita. Per trenta anni la bella torre rimase monca e la sua brillante luce non fu più di aiuto ai naviganti.Solo nel 1543 venne ricostruita e fu posta in opera alla sua sommità una nuova lanterna costruita con doghe di legno di rovere e ricoperta con fogli di rame e di piombo fermati con ben seicento chiodi di rame. Fu quella occasione che la torre assunse il suo aspetto definitivo che ancora oggi vediamo. Nel 1565 si ritornò a lavorare sulla cupola per renderla stagna e nel 1681 si ricostruì la cupola con legno di castagno selvatico calafatando il tutto con pesce e stoppa e ricoprendola con fogli di piombo stagnati ai bordi sovrapposti. Nel 1684 durante i bombardamento di Genova ordinato dall’Ammiraglio francese Seignelai per ordine di re Luigi XIV, un colpo centrò la cupola distruggendone l’intera vetrata, che venne provvisoriamente ricostruita; nel 1692, la vetrata venne modifica aggiungendovi un nuovo ordine di vetri. Nel Portolano manoscritto del XVI secolo di autore anonimo si legge “a miglia 14 da Peggi (Genova Pegli) città con buonissimo porto e alla parte di ponente, vi è una lanterna altissima e dà segni alli vascelli che vengono a piè di detta lanterna”. A seguito dei ripetuti danni causati dai fulmini e dagli avvenimenti bellici nel 1771 la torre venne incatenata a mezzo di chiavarde e di tiranti che ancora oggi sono visibili all’interno. Nel 1778 venne dotata di impianto parafulmine che fu realizzato dal fisico P.G.Sanxais e nel 1791 vennero effettuati alla base della prima torre, lavori di consolidamento per renderla più stabile.

Le immagini di: lanternadigenova

Crediamo nel tuo lavoro, ecco perché lo condiviamo con link originali; Se non siete d'accordo, contattateci.


Artisti correlati di Arttextum:

Fiamma Montezemolo, artista Arttextum
Fiamma Montezemolo
Jhafis Quintero, artista Arttextum
Jhafis Quintero
Regina José Galindo, artista Arttextum
Regina José Galindo

Malala’s father: “She is the spirit of happiness in this house”

Author: Abigail Pesta
Via The NY Times | February 29, 2016

 

As the teenage Nobel prize winner prepares for her next step — college — her father tells Women in the World about how she is adjusting to her new life in England

When 15-year-old Malala Yousafzai was shot in the head on her school bus by the Taliban, a devastating thought crossed her father’s mind: Was he to blame?

Malala’s dad, Ziauddin Yousafzai, had strongly encouraged his daughter to pursue an education in Pakistan, defying the Taliban order that girls should not go to school, but should stay silent, marry young, and obey their husbands.

“When something bad happens, an honest person asks himself, what was my role? I think this is natural. The day Malala was shot was the most difficult day of my life. In that moment, it came to my mind, yes, could I have done differently? Could I have stopped her? I asked my wife if I had done the right thing,” Ziauddin told Women in the World by phone from England, where the family now lives. “My wife said, ‘Yes, you did the right thing. You and Malala are fighting for education, for equality. You are standing for your rights.’”

His moment of doubt passed, but he and his wife had to wait in agony for a week, wondering if their daughter would wake up from a coma. When she did, her first words, scribbled with a pen, were about her dad. “Why have I no father?” she asked, fearing he could be dead.

Ziauddin’s influence on his daughter’s life runs deep. In the documentary He Named Me Malala, which has its global television premiere on Monday night on the National Geographic Channel, it is clear how he raised his daughter to shun the patriarchal, tribal notions of a girl’s role of subservience in society. A schoolteacher and outspoken critic of the Taliban, he sent Malala to school at a young age and urged her to talk about politics and topics often reserved for boys. “I tried my best to treat my daughter as myself,” he told Women in the World. “I gave her a lot of freedom.”

He encouraged Malala to stay in school when she entered her teenage years — a time when Pakistani girls are typically “stopped from going out of the home” and married off, he said. He recalled how a man once complained to Malala’s mother that Malala was showing herself in public, continuing to go to school. “He said, ‘Malala brings shame to the family. You should not be doing this.’ When my wife told me this, I said, ‘This is my family. He should not poke his nose into my family affairs.’” Now, the same man “is a big supporter of Malala,” Ziauddin said. “Change starts in the close family, then it goes to the extended family, then it spreads to towns and cities and countries.”

Thoughout her school years in the Swat Valley, Malala became increasingly upset about how the Taliban targeted and bombed schools for girls. When a BBC correspondent asked her father if a girl at his school would anonymously blog about the situation, Ziauddin asked Malala if she would be interested. She said yes. Later she appeared with her dad in a video by New York Times reporter Adam B. Ellick, showing her face and saying she wanted to become a doctor. She began speaking publicly at events, campaigning for education for girls. In October 2012, a gunman boarded her school bus, asked for her by name, and gunned her down. She was not expected to survive. She was flown to a hospital in Birmingham, England, for medical care, and her family followed. Doctors performed brain surgery, attaching a metal plate to her skull and a cochlear implant to restore hearing to her left ear. Part of her face remains paralyzed.

Malala has struggled to adjust to school in the West. “Just think of a young girl who was studying in a far-flung area of Pakistan and had never been together with girls from the U.K., whose country and culture is different,” Ziauddin said. In the film, Malala talks about how the girls at her high school in England are busy dating boys. “Most of them have boyfriends. Most of them have broken up with some of the boyfriends and found new ones,” she says. In her native Pakistan, there was no dating, just marriage. If a family had a television, the Taliban burned it. And if people spoke out against the Taliban, they got executed in the town square.

“It was quite hard in the beginning for Malala,” Ziauddin said of his daughter’s new life. “But I must give her credit. She is so resilient and such a smart girl, she was able to get used to her new environment and make friends.” In the film, Malala surfs the Internet and giggles about a favorite Pakistani cricket player and tennis star Roger Federer. She enjoys mini-golf, bowling, and “fighting with her brothers,” her father told Women in the World with a laugh. “She is the spirit of happiness in this house. This house is like a dungeon without her.” Malala has two younger brothers, also attending school in England. Malala’s mother, Toor Pekai Yousafzai, is getting educated as well, learning to read and write, she said last October at the Women in the World Summit in London.

Malala’s school has made a point of treating her “as a normal student,” Ziauddin said. When she won the Nobel Peace Prize in 2014, that was the first time she addressed the school, he said. Now 18 years old, Malala is applying to college and is interested in Oxford University, among others, her father said. He added that he will feel sad when she leaves home, but also “very pleased” to see her move forward with her schooling. In describing his hopes for her, he recalled a trip he took with her to Islamabad before the attack. “We went to a function and she gave a talk as if she was my son. My dream for her then was that one day, I want to see Malala come here to Islamabad on her own to give this talk, no chaperone. She should be independent. When she goes to college, she will be independent. She will be on her own. We will be good.”

Ziauddin grew up with five sisters, none of whom were given the opportunity for an education in Pakistan. They were married off, and never had an identity of their own. “No girl was given an education when I was a schoolboy,” he said. “I saw so much discrimination. Many men in society, they are comfortable with what is going on. Few people stand for change. Whatever I saw wrong in my early life, I wanted to respond with equality and justice. My goal was not to condemn, but to change.”

We believe in your work, that's why we share it with original links; if you disagree, please contact us.


Related Arttextum Artists:

Regina José Galindo, artista Arttextum
Regina José Galindo
Marcela Armas, artista Arttextum
Marcela Armas
Edith López Ovalle, artista Arttextum
Edith López Ovalle

Se cumplen 32 años de la decisión del hombre que salvó al mundo, y que nadie conoce

Autora: Patricia Diez
Vía Mihimu | Marzo 29, 2016

 

Este héroe del que prácticamente nadie ha oído hablar salvó al mundo hace casi 33 años de un Apocalipsis atómico. Esta es su historia:

Corría el año 1983, plena guerra fría, pero tan caliente como no lo había estado desde la crisis de los misiles en Cuba. El 23 de marzo, el entonces presidente, Ronald Reagan, lanzó la Iniciativa de Defensa Estratégica, conocida también como guerra de las galaxias”, acusando a Rusia de ser “El Imperio del Mal”.

Reagan no estaba solo. Contaba con Juan Pablo II como gran aliado contra el comunismo. EE.UU y la OTAN planeaban colocar misiles en Alemania Occidental y organizaban un ejercicio militar en Europa. Todo parecía estar perfectamente medido para poder acabar con la URSS.

Pero los líderes de la Unión Soviética recordaban cómo durante la Segunda Guerra Mundial, Hitler había engañado a Stalin con el pretexto de un ejercicio y había, así, lanzado la Operación Barbarroja, el plan para invadir la URSS.

Permitir que se repitiera era inadmisible.

Se prepararon para lanzar todo su arsenal al recibir el primer indicio de ataque nuclear, por lo que la tensión era máxima.Hasta tal punto que el 1 de septiembre de ese mismo año, un avión comercial surcoreano entró por error en el espacio aéreo soviético y no dudaron en derribarlo matando a 269 personas, incluido un senador y varios ciudadanos norteamericanos.

Esta historia no pudo haber llegado en peor momento.

En la noche del 25 de septiembre de 1983, un Coronel de 44 años de la sección de inteligencia militar de los servicios secretos de la Unión Soviética llegaba a su puesto de mando en el Centro de Alerta Temprana de la inteligencia militar, desde donde coordinaba la defensa aeroespacial rusa.

A pesar de ser su noche libre, alguien debió ponerse enfermo porque le llamaron para ir a trabajar. Su trabajo consistía en analizar y verificar todos los datos de los satélites sobre un posible ataque nuclear americano. Contaba para ello con un Protocolo sencillo y claro. Tan claro y tan sencillo que lo había redactado él mismo.

Tras las verificaciones correspondientes, debía alertar a su superior, quien de inmediato iniciaría el contraataque con armamento nuclear masivo sobre los Estados Unidos y sus aliados.

Poco después de la media noche, exactamente a las 12:14 del 26 de septiembre todos los sistemas de alerta saltaron; las sirenas sonaron y las pantallas de los ordenadores mostraban: “ATAQUE DE MISIL NUCLEAR INMINENTE”.

Un misil había sido lanzado desde una de las bases de los Estados Unidos. Pidió mantener la calma y que cada uno hiciera su trabajo. Y él hizo el suyo. Verificó todos los datos, salvo la visión aérea, porque las condiciones climáticas no lo permitían. Aun así, pensaba que debía tratarse de un error, no podía ser que EE.UU mandase únicamente un misil para atacar a la URSS. Así que, desestimó la advertencia como una falsa alarma.

Pero, poco después, el sistema indicó UN SEGUNDO MISIL. Y después UN TERCERO, UN CUARTO Y UN QUINTO MISIL.

En menos de 5 minutos, 5 misiles nucleares habían sido lanzados desde bases norteamericanas contra la Unión Soviética. El tiempo de vuelo de un misil intercontinental balístico desde EE.UU era de 20 minutos.

La actividad era frenética. Mientras él analizaba, 29 niveles de seguridad confirmaban que el ataque era cierto, ¿podría todo el sistema equivocarse 5 veces seguidas?

Tenía cinco misiles nucleares balísticos intercontinentales en dirección a la URSS y solo 10 minutos para tomar la decisión “de qué informar” a la dirección soviética, sabiendo que si informaba lo que todo el sistema confirmaba desencadenaría la Tercera Guerra Mundial.

Los 120 oficiales e ingenieros militares, con sus ojos fijos en él, esperaban su decisión.

Nunca antes en la historia la suerte del mundo había estado en manos de un solo hombre como en esos 10 minutos.

Pensó: los americanos aún no tienen el sistema de defensa misilístico y saben que un ataque nuclear contra la URSS supondría la aniquilación inmediata de su propia población. Y aunque desconfiaba, sabía que no eran suicidas. Se dijo: “Ese gran imbécil no ha nacido todavía ni siquiera en EEUU”.

Sabiendo que si estaba equivocado una explosión 250 veces mayor a la de Hiroshima sucedería, decidió reportar un mal funcionamiento del sistema. Paralizados y sudando a mares, él y los 120 hombres a su cargo contaban los minutos que faltaban para que los misiles alcanzaran Moscú.

De repente, segundos antes, las sirenas dejaron de sonar y las luces de advertencia se apagaron. Había tomado la decisión correcta. Y salvado al mundo de un cataclismo nuclear.

Sus camaradas, empapados de sudor, se lanzaron sobre él abrazándolo y lo proclamaron un héroe. Él se desplomó en su sillón y bebió más de medio litro de vodka sin respirar. Al terminar la noche durmió 28 horas seguidas.

Cuando volvió al trabajo, sus camaradas le regalaron un televisor portátil de fabricación rusa para agradecerle su decisión. Al enterarse de lo ocurrido, su superior le dijo que sería condecorado por haber evitado la catástrofe y que propondría crear un día en su honor.

Pero no fue así.

Rusia no podía permitirse que EEUU y el pueblo ruso se enteraran de lo sucedido. Fue reprendido por no haber cumplido el protocolo. Se lo transfirió a un puesto de menor jerarquía. Y poco después se le dio la jubilación anticipada.

Vivió el resto de su vida en los suburbios de Moscú, sobreviviendo con una mísera pensión de 200 dólares al mes, en absoluta soledad y anonimato.

Hasta que en 1998, su comandante en jefe, Yury Votintsev, presente aquella noche, reveló lo ocurrido, el llamado “Incidente del Equinoccio de Otoño” causado por una rarísima conjunción astronómica, en un libro de memorias, que, por casualidad, llegó a Douglas Mattern, Presidente de la Organización Internacional de Paz, “Asociación de Ciudadanos del Mundo”.

Douglas se propuso encontrarlo para premiarle y cuál fue su sorpresa cuando tuvo que ir hasta su casa, ya que no le funcionaba ni el teléfono ni el timbre. Tras preguntar a un vecino del humilde barrio, éste le contestó: “Usted debe estar loco. Si un hombre que ignoró una advertencia de un ataque nuclear estadounidense realmente hubiera existido, habría sido ejecutado. En esa época no había tal cosa como una falsa alarma en la Unión Soviética. El sistema nunca se equivocaba. Sólo el pueblo“.

Finalmente lo encontró en el segundo piso de uno de los edificios. Sin afeitar y desalineado, asomó la cabeza. “Sí, soy yo, pase”.

“Sentí que me encontraba con Jesús cuando él abrió la puerta”, dijo Douglas Mattern.

Tras contarle la historia, añadió: “No me considero un héroe; solo un oficial que a conciencia cumplió con su deber en un momento de gran peligro para la humanidad”. “Solo fui la persona correcta, en el lugar y momento indicado”.

“En un mundo tan lleno de vanidosos que “pretenden” salvar algo cuando en realidad lo único que hacen es daño a los demás y al planeta. En un mundo tan lleno de miserias, mezquindades, egos, avaricia y ambiciones; la humildad de este hombre y su indiferencia por la fama y la importancia, estremece profundamente”, dijo Mattern.

Tras este descubrimiento, cifras oficiales llegaron a la conclusión de que gracias a la decisión de este hombre, se salvaron entre 3 y 4 millones de personas.

“La faz de la tierra se hubiera desfigurado y el mundo como lo conocemos, acabado”, dijo uno de los expertos.

RECIBIÓ:
• El Premio Ciudadano del Mundo el 21 de mayo 2004.
• El Senado australiano lo premió el 23 de junio 2004.
• Fue honrado en las Naciones Unidas el 19 de enero 2006. Dijo que fue su “día más feliz en muchos años.”
• En Alemania, en 2011, el dieron el Premio Alemán de Medios, que reconoce a personas que han hecho contribuciones significativas a la Paz Mundial, por haber evitado una potencial guerra nuclear.
• Fue Premiado en Baden Baden el 24 de febrero del 2012.
• Galardonado con el Dresden Preis en 2013.
• Y Kevin Costner realizó el documental “El Botón Rojo” en su honor.

Hoy en día continúa viviendo en su pequeño partamento de las afueras de Moscú, con su pequeña pensión de 200 dólares al mes, en relativo anonimato. Dio la mayor parte del dinero de los premios a sus familiares y guardó un poco para comprarse una aspiradora con la que había soñado, aunque resultó estar defectuosa.

¿Cómo es posible que después de 32 años tan poca gente en el mundo sepa de él?

ÉL NOS SALVÓ Y NADIE LO SABE.

DESDE AQUÍ NUESTRO MAYOR RECONOCIMIENTO PARA EL TENIENTE CORONEL STANISLAV PETROV

Imagen cortesía de ThingLink

Creemos en tu trabajo y opinión, por eso lo difundimos con créditos; si no estás de acuerdo, por favor contáctanos.


Artistas de Arttextum relacionados:

Regina José Galindo, artista Arttextum
Regina José Galindo
José Luis Cuevas, artista Arttextum
José Luis Cuevas
Antonio José Guzmán, artista Arttextum
Antonio José Guzmán

La enfermera maya que conoce de leyes

Autor: Claudia Palma
Vía Revista D | Noviembre 22, 2015

 

Encarnación García es la segunda de siete hermanas. Nació en el waquib b’atz, el día en el que vienen al mundo aquellos con inclinación a las artes, la Medicina, las leyes y los destinados a ejercer la autoridad, según el calendario maya.

“SIEMPRE SUPE QUE PODÍA SER ENFERMERA PORQUE ME NACÍA. ME RECIBÍ DE LA ESCUELA DE ENFERMERÍA DE OCCIDENTE”

Todo esto parece que se cumplió en la vida de esta mujer de 62 años, porque a los 13 años ya era guía espiritual, unos años más tarde se graduó de maestra, luego de enfermera, es traductora jurada de k’iche’, trabaja en los procesos judiciales y fue coordinadora del proceso de ratificación del Convenio 169 —un instrumento jurídico internacional que trata específicamente los derechos de los pueblos indígenas—. Y como si eso fuera poco, le quedan dos cursos para cerrar la carrera de abogado y notario.

Su nombre, además, figura en los expedientes de apelaciones de sentencia de amparo en la Corte de Constitucionalidad, en los que se solicitó garantizar el derecho de comunicación en el idioma propio a indígenas recluidas en el Centro de Orientación Femenina (2010).

Se hizo acreedora a la Orden Monja Blanca, una distinción que otorga el Ejército de Guatemala a los civiles.

Hablemos de su primer trabajo como enfermera.

Quiero volver un poco más atrás, pues mi primer don fue el de guía espiritual maya. Años después, me gradué de maestra de educación primaria, luego de enfermera profesional. Más tarde obtuve el título de Traductora Jurada con especialidad en una lengua maya, reconocida por la Universidad de San Carlos, y la Corte Suprema de Justicia. Actualmente estudio en la facultad de Ciencias Jurídicas y Sociales.

No todos tienen el privilegio de ser guía espiritual. ¿En su familia hay más?

Martín Toj, mi papá, era guía espiritual. Los ancianos de las comunidades le dijeron a mi mamá que yo iba a ser alguien especial, que esa oportunidad Dios me la había dado.

¿De dónde es originaria?

De Cantel, Quetzaltenango.

¿Cuántos hermanos tiene?

Seis mujeres; yo soy la segunda. Mi papá tenía fiebre tifoidea cuando nací, y los ancianos dijeron que ese sería uno de los tropiezos que encontraría en mi vida. Nací en el waquib b’atz, el día destinado a las artes, la música, la pintura, la Medicina, las leyes y a ejercer la autoridad.

Cuando tenía 11 años me tiró una vaca a un pequeño barranco, y los ancianos le pidieron a mi mamá que se preocupara más por mí, porque yo tenía un destino especial. A los 13 años recibí el privilegio de ser guía espiritual.

¿Cómo fue su infancia?

Fui una lideresa maya, como lo marcó el día de mi nacimiento.

Aprendí mis primeras letras en la escuela de la fábrica de Cantel, pues mi papá era operario y era obligatorio estudiar. Primero y segundo grados los cursé en ese establecimiento; de tercero a sexto estudié en la escuela de la parroquia de Cantel, en el Instituto Parroquial Juan Diego, donde conocí al sacerdote austriaco Luis María Attem, quien insistió en que me formara en la capital. ‘Le voy a conseguir una beca y se va para la ciudad, porque necesito que haya niñas que estudien’, les dijo Attem a mis papás. Así fue como llegué al Instituto Indígena Nuestra Señora del Socorro, donde estudié básicos. El magisterio lo cursé en Antigua Guatemala.

Tenía que prestar un año de servicio después de graduarme, así que me mandaron de vuelta al mismo colegio donde estudié en capital, para impartir clases.

¿Fue buena estudiante?

Sí. Mientras trabajé obtuve una beca de un año para estudiar Demografía en la Universidad del Valle.

¿Por qué decidió estudiar magisterio y enfermería?

Siempre me han gustado los niños y además quería impartir clases en el área rural, pero nunca me salió un trabajo. Siempre supe que podía ser enfermera porque me nacía. Me recibí de la Escuela de Enfermería de Occidente. Cuando iba a recibir mi nombramiento no pude ir porque mi madre estaba enferma, así que volví a casa. Después de que ella se recuperó insistí en trabajar y fue así como llegué al centro de salud de Chinique de Las Flores, Quiché.

También fui enfermera en Chiché y en Zacualpa, Quiché, durante el conflicto armado. Después me mandaron a Chajul; dormía en el centro de salud de Nebaj —hoy hospital—, pues no había ni pensiones ni ningún lugar donde quedarme.

Colaboré con varias comunidades de Xalbal, Ixcán, para levantar censos de población.

Estuve seis años en Quiché. Luego me trasladé a la Ciudad de Guatemala, pues obtuve un interinato en el Hospital San Juan de Dios.

Pero trabajar en un hospital de referencia es muy distinto.

Iba a optar a una plaza, pero pensaron que era conflictiva porque era parte del Sindicato de Salud Pública. En el San Juan de Dios me entrené en Neonatología y también recibí cursos de terapia ventilatoria. El médico Néstor Guzmán, quien falleció, me alentó a estudiar. Hice cursos también de Neumología. Después obtuve una plaza en el Hospital Infantil de Infectología y Rehabilitación, hasta que me jubilé, 30 años después.

¿Cómo se convirtió en traductora de la Corte?

En 1995, con la Ratificación del Convenio 169, coordiné las actividades. Fue ese año que surgió la oportunidad de estudiar los sábados. Casi dos años después me gradué de traductora de k’iche’. Empecé a preguntarme ¿por qué hay leyes y no las entendemos?

¿Trabajaba al mismo tiempo en la Corte?

No, empecé a trabajar como traductora después de jubilarme. Participé específicamente en el caso de trata de las menores esclavizadas en tortillerías de San Miguel Petapa y Villa Nueva. Entre las 42 víctimas había 27 niñas, la mayoría hablaba k’iche’. Creo que como me veían ya grande les daba aliento.

¿Estuvo en otros casos?

Con los jóvenes de la minería de Huehuetenango y también acudí a la Corte durante el juicio de Ríos Montt, aclaro que no serví como traductora, les explicaba a las personas lo que estaba sucediendo. Fui invitada al Congreso por el entonces vicepresidente Rafael Espada, cuando se hizo entrega de la Constitución en los cuatro idiomas mayoritarios mayas.

Serví como traductora al maestro de ceremonias, fue un gran honor, un momento muy importante.

Su trabajo en la Corte ¿la animó a estudiar Ciencias Jurídicas?

No, me inscribí en la carrera desde 1989, pero por mi trabajo en el hospital no pude estudiar. Tendría unos 32 o 33 años. Volví a retomarlo hace unos siete. Ahora ya casi cierro, solo me faltan dos cursos.

Cumpliré 63 años el 7 de diciembre.

¿Piensa ejercer esta carrera?

Yo digo que sí, aunque me cuesta eso de la tecnología (risas). Pero puedo ofrecer asesorías. Además, soy locutora profesional.

¿Tiene algún programa?

Aún no, porque primero debo terminar Derecho. Seguí la locución porque quería entrenarme sobre cómo hablar en público. Estudié en la TGW. No pierdo el entusiasmo de hacerlo, es decir, que me escuchen en la radio.

Creemos en tu trabajo y opinión, por eso lo difundimos con créditos; si no estás de acuerdo, por favor contáctanos.


Artistas de Arttextum relacionados:

Marilyn Boror Bor, artista Arttextum
Marilyn Boror Bor
Regina José Galindo, artista Arttextum
Regina José Galindo
Jorge Chavarría, artista Arttextum
Jorge Chavarría